lunedì 10 ottobre 2011

Taxi ad olio (di frittura)



Sono tutti e due inglesi che più inglesi non si può. Tutti e due emblemi riconosciuti della capitale britannica. Ma, adesso, hanno qualcos’altro in comune. Fish and chips e london cabs. Ovvero, il famoso (famigerato, giurano molti) piatto di pesce e patatine fritte e i classici taxi neri di Londra. Ebbene, la novità è che, dopo aver sfamato generazioni di londinesi, il fish and chips ha iniziato ad alimentare anche chi quei londinesi porta a spasso da decenni. I london cabs, appunto.
Come potete leggere qui, qualcuno ha trovato il modo di convertire l’olio di frittura dei ristoranti in biodiesel per far marciare i taxi.
Mentre, per molti motivi, utilizzare terre arabili per coltivarci piante adatte a produrre biocarburanti è quasi sempre una pessima idea (soprattutto se quelle piante potrebbero essere direttamente usate per l’alimentazione, come il mais: per maggiori dettagli, date un’occhiata su questo blog al post “Il cibo nel motore”), sfruttare un prodotto di scarto dà senz’altro una marcia in più. Soprattutto se contribuisce a risolver un altro problema: ogni anno, la Thames Water, società che si occupa dei servizi idrici a Londra, spende 12 milioni di sterline per liberare le fognature dagli ingorghi. Causati, quasi sempre, dal grasso degli oli usati. Oltretutto, anche la glicerina che si ricava convertendo l’olio in biodiesel viene riutilizzata, per fare saponi.
Per il momento, sono solo due le aziende che a Londra producono biodiesel con l’olio di frittura (“chip fat oil”). Servirebbero più incentivi fiscali e più attenzione da parte delle case automobilistiche. Ma se si pensa che, in Cina, si producono ogni anno circa 60 milioni di tonnellate di olio di frittura (spesso riutilizzato per friggere di nuovo, con effetti deleteri sulla salute), i margini di crescita non mancano di sicuro. E poi, come dice lo slogan di una delle aziende produttrici “non è una soddisfazione sapere che il carburante della tua auto era già servito per friggerti le patatine?”.

venerdì 19 agosto 2011

La dieta Pollan


L’estate sta finendo. E, con essa, finirà una delle ricorrenti torture di stagione: la prova costume. Con annessa processione di diete, consigli utili ed esercizi per dimagrire. Che siate riusciti o no a far superare al vostro corpo lo stagionale tributo alla società dell’apparire, non è mai troppo tardi per dedicarsi un poco all’essere. Insomma, per pensare ad una dieta che ci faccia davvero stare meglio. E faccia magari star meglio anche il pianeta.
Perché, ci abbiate mai pensato o no, il modo in cui mangiamo cambia in mondo in cui viviamo. Giusto per fare un esempio, se pretendiamo di mangiare carne tutti i giorni, ci saranno sempre più allevamenti intensivi, sempre più cerali e soia verranno usati non per sfamare gli umani, ma per ingrassare polli, manzi e maiali, sempre più nitrati finiranno nelle acque di fiumi e mari e via dicendo. Wendell Berry, poeta-contadino americano, scriveva già nel 1989: “Chi consuma cibo deve rendersi conto che l’atto di mangiare ha luogo inevitabilmente nel mondo, che è inevitabilmente un atto agricolo e che il modo in cui mangiamo determina in misura considerevole il modo in cui si usa il mondo”.
Per usare bene (o almeno un po’ meglio) il mondo e fare, allo stesso tempo, del bene a noi stessi, eccovi allora una dieta buona per tutte le stagioni. La copio, spudoratamente, da un libro: “In difesa del cibo” (edito da Adelphi) del giornalista americano Michael Pollan (del quale, se avete un minimo di interesse per quel che vi finisce nel piatto, dovreste assolutamente leggere “Il dilemma dell’onnivoro”). La regola aurea di Pollan sta tutta in una sola frase: eat food, not too much, mostly plants. Tradotto: mangiate cibo, non troppo, principalmente vegetali. Che non sia salutare (e nemmeno tanto morale) mangiare troppo e che i cibi di origine vegetale abbiano meno impatto sul pianeta di quelli di origine animale (per dirne una, servono oltre 15 mila litri d’acqua per produrre un chilo di carne di manzo, solo 1.600 per un chilo di pane e 2.500 per un chilo di riso) è abbastanza risaputo.
Quel che forse vi sorprenderà è il primo consiglio: “mangiate cibo”. Suona ovvio, giusto? Il fatto è che Pollan distingue fra il “vero cibo” e quelle “sostanze simil-alimentari” che ormai popolano gli scaffali di ogni supermercato. Cibo in tubetti, in scatola, disidratato, liofilizzato, pronto da infilare nel microonde, da sciogliere in acqua o far saltare in padella. Con un elenco di ingredienti da mettere in difficoltà uno studente di chimica.
I consigli che Pollan dà per riconoscere il vero cibo dal resto sono spassosi, ma non vanno presi sul ridere. Eccone qualcuno: “Non mangiate nulla che la vostra bisnonna non avrebbe riconosciuto come cibo”. “Non mangiate niente che sia incapace di marcire”. “Evitate i cibi che proclamano effetti salutistici”. “Evitate i prodotti alimentari con ingredienti che siano: 1) non familiari; 2) impronunciabili; 3) in numero superiore a cinque; 4) includano lo sciroppo di glucosio”.
Se volete capire meglio le ragioni di questi consigli, vi toccherà leggervi il libro. Nell’attesa, c’è però qualcosa che potete fare subito: la prossima volta che tornate dal supermercato con la spesa, controllate quanto di quel che avete comprato rientra nei criteri di Pollan. Meno è, più avete urgente bisogno di una dieta di “vero cibo”.

lunedì 6 giugno 2011

Il festival del letame



Da 24 al 26 giugno, al caseificio Santa Rita di Serramazzoni (Mo), si terrà il 3° Festival del letame. Per info e programma: http://www.caseificiosantarita.com/.



Io ci sono stato l'anno scorso. Quello che segue è una specie di reportage, che spero vi faccia venir voglia di andarci






Verrebbe da citare De André: “Dai diamanti non nasce niente, dal letame nascono i fior”. Ma forse val la pena di scavare un poco più indietro nel tempo. Fino a un aureo libretto del 1869, Catechismo agricolo ad uso dei contadini, opera di don Giovanni Rizzo, parroco di Salboro, nel Padovano. Uno che predicava come “coltivare la terra senza violentarla”. “Lo scrigno del contadino – scriveva convinto don Giovanni - è il letamaio”.
Possibile? Davvero “il secreto dell’agricoltura” starebbe tutto nell’aver letame a buon prezzo, come insegnava il parroco padovano? Non è invece un guaio, un impiccio, un fardello di cui, fra direttiva nitrati e costi di smaltimento, è dura sbarazzarsi, tutta questa montagna di sterco, cacca o deiezioni, come più vi aggrada chiamarla? Il letame puzza, il letame inquina, il letame ingombra (e nemmeno si sa se porti fortuna pestarlo). Non è forse sempre stato così?
Beh, non proprio. “Ai tempi di don Rizzo, e fino a qualche anno fa anche nelle scuole di agraria, lo chiamavano “il burro nero”, tanto era prezioso” – s’infervora Graziano Poggioli. Che, tempo addietro, quando era assessore all’agricoltura della Provincia di Modena, ebbe l’ardire di dedicare al letame addirittura un festival. Le prime due edizioni le hanno fatte a Lama Mocogno. Poi si sono trasferiti qui, al caseificio Santa Rita di Pompeano di Serramazzoni, sempre nel Modenese, dove siamo venuti a ficcare il naso. Nel frattempo, grazie a Poggioli e a Stefano Fogacci, è nata anche la “Comunità del letame”, che ha debuttato a Terra Madre nel 2008.
“Il festival del letame – ci racconta Poggioli, tra un gnocco fritto e un borlengo spennellato di lardo e Parmigiano Reggiano – è nato come provocazione. Per far riprendere coscienza, a contadini e allevatori, dell’importanza che ha il letame. E’ il cibo della terra, come abbiamo scritto sui volantini e i cartelloni qui al festival”.
Ma se il letame è il segreto dell’agricoltura, qual è il segreto di un buon letame? Per scoprirlo, ci tocca lasciare tavola, gnocco fritto e borlengo e seguire il buon Graziano po’ più in là, nel prato. Davanti ad alcuni tazebao colorati, con slogan che di sicuro anche il parroco-agronomo di Salboro avrebbe benedetto (“Curare la terra per guarire gli uomini”; “La terra è viva e ha bisogno di buon cibo”) ci sono due tavole con i campioni raccolti per la “disfida del letame”. Perché, qui al festival, ogni anno viene premiato chi produce quello migliore. Mister Letame, più o meno. Stavolta la sfida è a tredici: le nove aziende bio che conferiscono il latte al caseificio Santa Rita, più qualche altra della zona.
Ci avviciniamo guardinghi, temendo d’essere stesi da una zaffata pestilenziale. Ma Poggioli ci rassicura: “Il letame puzza solo quando è fresco, per via dell’ammoniaca. Quando è bello maturo, invece, profuma di bosco e sottobosco. E non sporca nemmeno le mani”.
Per farla breve, abbiamo dovuto fare i San Tommaso: annusare e tastare con mano. “Ma quello buono si vede già ad occhio – giura Graziano -. Dev’essere bello scuro e, se ha un bel po’ di lombrichi dentro, tanto meglio”. Quanto al tatto, la parola magica è “colloidale”: “Quando lo si stringe nel pugno, non deve sbriciolarsi, deve invece formare una palla compatta, quasi gommosa”.
La prova del nove, però, è quella dell’acqua. In testa ad uno dei due tavoli, ci sono tre caraffe. Nelle prime due, il liquido è ormai torbido. Nella terza no, anche se si nota qualcosa di scuro sul fondo. “Ho fatto tre palline di letami diversi e le ho messe a mollo per qualche ora – spiega il nostro letamologo -. Più l’acqua rimane limpida, migliore è il letame. Vuol dire infatti che, nel campo, resterà a lungo nei primi 30-40 centimetri di terreno, invece di finire nelle falde profonde alla prima pioggia”.
Il campione migliore dei tre (che sarà anche il vincitore finale 2010) è quello preso dal “cumulo biodinamico” messo in bella mostra di fianco alle due tavole. La preparazione era iniziata l’anno prima, in occasione del festival 2009, con il letame di tre aziende socie del caseificio Santa Rita (Fratelli Poggioli, Elide Giberti e Bio San Carlo). Su un cartello piantato nel mucchio c’è anche la lista degli ingredienti: letame, paglia e, sorpresa, achillea, quercia, camomilla, tarassaco, ortica e valeriana. “Sono preparati biodinamici dinamizzati, un po’ come nell’omeopatia – spiega Poggioli -. Vengono spruzzati sul cumulo e servono per migliorare il processo di fermentazione”.
Ma quanto ci vuole, per avere un letame così? “La cosa più importante è rivoltarlo spesso, sennò si forma una crosta all’esterno, mentre dentro si formano le muffe, per la troppa umidità. Se lo si gira spesso, possono bastare nove mesi. Altrimenti almeno un anno”.
Magari, azzardiamo, è per quello che nessuno lo fa più. Non è una faticaccia? “In Australia e Nuova Zelanda – ribatte Poggioli – le macchine per rivoltare il letame e fare i cumuli biodinamici le hanno già inventate. Non è tanto un problema di fatica, è un problema culturale. Il letame, ormai, da noi è criminalizzato. Per gli agricoltori, il problema non è di utilizzarlo, ma di smaltirlo, perché è considerato un rifiuto, non una risorsa. E chi contadino non è, quando vede un cumulo di letame quasi si scandalizza. Ma, invece di arrabbiarsi, dovrebbe esserne contento: vuol dire che lì ci sono ancora contadini capaci di fare il loro mestiere”.
Ma non saranno più comodi i fertilizzanti? “Il problema è che, a forza di chimica, i suoli perdono in fertilità. Il terreno diventa solo un substrato fisico per il concime chimico. Per quanto, ancora, potremo andare avanti su questa strada, a preoccuparci solo della quantità per ettaro e non della qualità? Dobbiamo riappropriarci delle tecniche agronomiche. Purtroppo, con la specializzazione esasperata è saltato anche il corretto rapporto fra terreni e capi allevati: in molte zone ci sono troppi capi e pochi terreni, in altre il contrario”.
Qualche segnale di speranza, però, c’è. “Un produttore di Barolo – racconta Poggioli – ha convinto un gruppo di giovani agricoltori a metter su un’aziendina per fornirgli il letame di cui ha bisogno per le vigne”.
E, anche se potrebbe non sembrare la materia più solida per costruirci sopra un’intera filiera, quelli della Comunità del letame ci stanno provando. A pochi passi dal cumulo biodinamico, i casari del Santa Rita stanno tirando fuori da una caldera in rame una forma di Parmigiano da stagionare. “E’ fatta di solo latte di Bianca Modenese – spiega Poggioli – la razza che, assieme a Slow Food, stiamo cercando di salvare. E’ dura, perché per ora siamo sotto i mille capi e dovremmo arrivare ad almeno 3-4 mila. Con il latte delle Bianche, produciamo solo tre forme al giorno, una qui al Santa Rita e due al caseificio Rosola di Zocca. Ma teniamo duro, speriamo di riuscire a fare come i nostri vicini, che la Rossa Reggiana, l’altra razza storica del Parmigiano, ormai l’hanno salvata, anche grazie al formaggio”.
Appena ci fanno assaggiare una scaglia del loro stravecchio di 90 mesi, chiediamo commossi se ci si possa iscrivere a un fan club della Bianca. Sarà stato il Parmigiano, o il lambrusco Grasparossa biologico: ma, mentre salutiamo Graziano e il festival, ci ronza in testa non De André, ma Sergio Endrigo: “Per fare un albero, ci vuole il seme, per fare il seme, ci vuole il frutto, per fare il frutto ci vuole un fiore”. Che cosa ci voglia per fare un fiore, ormai l’avrete capito.

giovedì 21 aprile 2011




SQUALI E SQUALLORI




Sembra facile, distinguere i buoni dai cattivi. Se vedeste un tizio che fa il bagno e la pinna di uno squalo che emerge dalle onde, avreste dubbi su chi sia il buono e chi il cattivo della situazione? Beh, forse dovreste. Perché, di questi tempi, ad essere in pericolo è il possessore della pinna. E proprio per colpa di noi umani.
Uno dei motivi sono, giustappunto, le pinne. Dopo che Mao l’aveva messa al bando bollandola come una “raffinatezza borghese”, in Cina è tornata a spopolare la zuppa di pinne di squalo. In particolare per matrimoni, ricevimenti e altre celebrazioni. Si crede sia afrodisiaca e un segno di ricchezza. E siccome i cinesi sono più di un miliardo, i risultati sulla popolazione mondiale di squali non si sono fatti attendere. Nella Red List della Iucn (che indica tutte le specie a rischio di estinzione) sono oggi considerati in pericolo il 25% degli squali che vivono nelle acque profonde, il 35% di quelli delle acque più superficiali e più di metà di quelli oceanici.
Siccome la carne di squalo sui mercati internazionali si vende da 1 a 7 euro al chilo, mentre le pinne possono andare da 90 a 300 e, una volta fatte seccare al sole, sono oltretutto molto più facili da conservare e immagazzinare, è sempre più diffuso il cosiddetto “shark finning”. Una pratica barbara (se siete forti di stomaco, potete vedervi qualche filmato su YouTube), che consiste nell’issare a bordo gli squali, tagliar loro le pinne e ributtarli in mare, spesso ancora vivi, per lasciarli morire. Così si possono, oltretutto, aggirare i limiti sulle quote di pescato.
Per avere un’idea della vastità del fenomeno, secondo il gruppo ambientalista Oceana la sola Hong Kong importa dieci milioni di chili di pinne di squalo ogni anno, da 87 paesi diversi, in particolare Spagna, Singapore e Taiwan.
E visto che gli squali, essendo predatori, stanno in cima alla catena alimentare e hanno un importante ruolo di regolazione delle specie marine, la loro diminuzione sta già provocando sconquassi. Gli oceani ormai pullulano di sardine, aringhe e acciughe, il cui numero è più che raddoppiato negli ultimi 100 anni, e il motivo è da ricondurre alla scomparsa dei grossi predatori dei mari come, appunto, squali, tonni e merluzzi, vittime della pesca incontrollata. Uno scenario che preoccupa non poco gli scienziati, visto che questi pesci si nutrono di plancton e che la loro proliferazione potrebbe avere conseguenze catastrofiche sulla catena alimentare marina, aumentando il rischio di una sovrapproduzione di alghe, che impediscono agli oceani di “respirare”.
Tornando al nostro bagnante e al nostro squalo dell’inizio, la rivista The Ecologist ricordava di recente che almeno 100 milioni di squali vengano uccisi ogni anno, mentre negli ultimi due anni si sarebbero contati circa 80 attacchi di squali contro l’uomo, solo 3 dei quali mortali. Il che non vuol certo dire non provare compassione per le vittime umane. Semmai, provarne un po’ di più anche per la controparte. Del resto, Peter Benchley, autore del libro “Jaws”, da cui Steven Spielberg ha tratto il film “Lo squalo”, quattro anni fa, poco prima di morire, parlando da membro del National Council of Environmental Defense, aveva ammesso: “In una nuova versione di Jaws, lo squalo non sarebbe il cattivo, ma la vittima. Lo sarebbe perché, nel mondo, gli squali sono molto più oppressi che oppressori”.


P.S.: se pensate che sia tutta e solo colpa dei cinesi, sappiate che, a livello mondiale il contributo dei prodotti ittici alla nostra dieta ha raggiunto l’ammontare record di quasi 17 kg a persona, fornendo il 15 per cento dell'apporto medio di proteine animali a oltre tre miliardi di persone. Secondo l’ultimo rapporto Fao su Lo stato della pesca e dell'acquacoltura nel mondo (Sofia 2010), il consumo di pesce arrivato al suo massimo storico fa sì che la percentuale complessiva di stock ittici oceanici sfruttati in eccesso, esauriti o in fase di ricostituzione si attesti alla preoccupante soglia del 32%, leggermente più alta rispetto al 2006, senza quindi registrare alcun miglioramento.

martedì 22 febbraio 2011

Lo sciacquone dello scandalo


C’era una volta il presidente di uno Stato lontano, che raccontò d’esser solito far pipì sotto la doccia. C’era un’altra volta, in una grandissima città, un sindaco che rivelò che lui la pipì la faceva nel water, ma non tirava l’acqua. C’era una terza volta, il capo di una di quelle associazioni che hanno a cuore gli animali, che disse che lui la doccia la faceva non più d’una volta alla settimana.
“Ma cos’è, la favola dei Tre Sporcaccioni?” – obiettò con disgusto Tizio, sentendo questa storia. “E vi sembrano favole da raccontare ai bambini?” – si scandalizzò Caio. “E, se davvero è una favola, quale mai sarebbe la morale?” – chiese schifato Sempronio. “Forse che anche i ricchi puzzano” – disse Tizio (che a volte confondeva le favole con le telenovelas). “O magari che il potere dà alla testa e anche un po’ più giù” – buttò lì Caio, con un risolino. “Beh, meno male che quei tre li hanno almeno costretti a confessare le loro porcherie” – concluse Sempronio.
“Non è che li abbiano costretti. L’hanno detto senza vergognarsi, anzi”. A parlare era stato un bimbetto, nero di pelle e anche un po’ d’umore. “Sporcaccioni e pure spudorati!” – s’inalberò Tizio. “Ma hanno detto di farlo per risparmiare l’acqua. E anche la carte igienica” – replicò il bambino. “Sporcaccioni, spudorati e pure pidocchiosi” – commentò Caio. “Proprio non volete capire” – disse il bambino, il cui umore cominciava a diventare anche più nero della pelle. Era un bambino magro e malvestito, ma doveva aver studiato, perché cominciò a snocciolare una serie di numeri e dati (e questo, ammettiamolo, è un po’ strano: nel Paese da cui veniva lui, i bambini che vanno a scuola esistono, purtroppo, quasi solo nelle favole). “Non lo sapete che tutta la carta igienica che, ogni anno, finisce nei water o in discarica, è pari a più di 25 mila alberi tagliati al giorno? O che ogni statunitense usa ogni giorno, in media, 57 fogli di carta igienica, che moltiplicati per 300 milioni di americani fanno 3 milioni e 200 mila tonnellate di carta l’anno? E che, se faceste pipì nella doccia, evitando così uno scarico dello sciacquone, risparmiereste 4380 litri d’acqua l’anno?”
“Suvvia, bel bambino, di acqua al mondo ce n’è talmente tanta…” – lo interruppe Caio, battendogli la mano sulla testa per compatirlo. “Sì – obiettò il bimbo - ma se ci stesse tutta in una tanica da 5 litri, quella potabile, cioè non salata, sarebbe un bicchiere scarso e di quel bicchiere ne potremmo bere solo una tazzina da caffè, perché l’altra sta nei ghiacciai perenni o piove su mari e oceani. E, allora, non vi sembra uno scandalo usare l’acqua potabile anche per sciacquare il water? Senza avere, magari, nemmeno il getto regolabile o a due intensità? E non potreste, almeno, usare carta igienica riciclata, invece di quella vergine a tre o quattro veli?”
Tizio, Caio e Sempronio pensarono invece che il vero scandalo fosse lasciar a zonzo un bimbetto tanto impertinente e lo piantarono lì. Lui capì che l’acqua potabile avrebbe continuato a sognarsela di notte e a vedere le sue foreste tagliate di giorno. Ma qualcun altro, a furia di sentir parlare di Tizio, Caio e Sempronio, pensò che, forse, la morale di questa favola l’avevano già scritta i latini: Oportet ut scandala eveniant, è opportuno che gli scandali avvengano. “Purché – aggiunse – ci si scandalizzi per le cose giuste”.

P.S.: i Tre Sporcaccioni di questa favola esistono davvero. Il primo si chiama Hugo Chávez e governa (nel bene e nel male) il Venezuela. Il secondo è Ken Livingstone, ed è stato per 8 anni sindaco di Londra. Il terzo è Fulco Pratesi, leader storico del Wwf Italia. Anche i numeri di questa favola sono veri, almeno stando al numero di maggio/giugno 2010 di Worldwatch, la rivista del WorldWatch Institute, all’associazione ambientalista brasiliana Sos Mata Atlantica (che ha dato vita alla campagna Faça Xixi no Banho, “fai pipì nella doccia”) e ai dati sull’acqua potabile dello speciale dell’Economist del 22/28 maggio 2010. Se anche la morale di questa favola è vera, quello decidetelo voi.

La favola delle api


C’era una volta un filosofo e poeta satirico, olandese di nascita e britannico d’adozione, che di nome faceva Bernard de Mandeville. Se qualcuno ancora si ricorda di lui, è in ragione del titolo, e ancor più del sottotitolo, di un poemetto che scrisse più o meno tre secoli fa, nei primi anni del Settecento: La favola delle api, ovvero vizi privati e pubbliche virtù. Raccontavano, quei versi, di un alveare prosperoso sì, ma così brulicante d’ineguaglianze, sopraffazioni, sotterfugi e cupidigie (di privati vizi, insomma), da suscitare, in alcune delle api, un pungente desiderio di giustizia e probità. Giove in persona, il deus ex machina di quella favola, si piccò d’esaudirlo, quel desiderio. Ma più per dispetto che per magnanimità. Da quando, infatti, equità e rettitudine vi trovarono albergo, l’alveare vide piano piano volar via tutta la sua prosperità.
La morale della favola era che la nascente società dei capitali e dei capitani d’industria (ché quello rappresentava l’alveare) poteva fondarsi soltanto sul lusso, lo sperpero e la brama di ricchezza. Per dirla con le parole di Mandeville, la “facile contentatura” è “la peste dell’industria”, mentre “il vizio è tanto necessario in uno stato fiorente quanto la fame è necessaria per obbligarci a mangiare. È impossibile che la virtù da sola renda mai una nazione celebre e gloriosa”.
Tra i contemporanei del nostro Bernard, c’era un altro filosofo di gran vaglia: Giambattista Vico. E, forse, a Mandeville sarebbe tornata alla mente la vichiana teoria dei corsi e ricorsi storici se avesse saputo che, trecent’anni dopo la sua, un gruppo di rampanti capitani d’industria si sarebbe fatta raccontare un’altra favola delle api per imparare qualcosa di una diversa rivoluzione industriale. Quella che chiamano l’economia verde o, per dirla con i conterranei acquisiti del Nostro, la green economy.
E’ successo in un pomeriggio d’ottobre, nella sede di Assindustria a Mantova, per l’annuale assemblea dei giovani industriali. In cattedra, tra un produttore di pannelli truciolari fatti con legno riciclato e un manager che recupera plastica per le sue imbottigliatrici, anche Zerihun Dessalegn, della Fondazione Slow Food per la biodiversità, responsabile dei presìdi della sua terra: l’Etiopia. Anche la favola di Zerihun parla di due alveari. Uno è quello tradizionale per il corno d’Africa (dove il miele, ha spiegato Zerihun, lo si fa da almeno tremila anni, lo si mangia, lo si usa come cicatrizzatore e come portafortuna e lo si trinca pure, sotto forma di una bevanda alcolica detta tej). Un grosso cilindro, che spesso viene appeso appena fuori dalle capanne (i tukul) e che ha una lunga storia, ma parecchi difetti: è impossibile spostarlo per seguire le diverse fioriture, produce poco miele, spesso di qualità non eccelsa, e provoca problemi di convivenza fra gli inquilini dell’alveare e quelli dei tukul. Davanti a quella platea cui non era troppo abituato, Zerihun ha spiegato che anche laggiù, in Etiopia, di colpo è arrivato un nuovo alveare. Ma a portarcelo non è stato Giove, bensì un signore seduto in mezzo a loro che, fra tanti giovani, spiccava per i suoi capelli bianchi: Celso Braglia, volontario della onlus “Modena per gli altri” e apicoltore pure lui. Cinque anni fa, visitando l’Etiopia, Celso osservò quegli alveari e i loro difetti. E capì che poteva dare una mano. Certo non dev’essere stato facile farsi capire in amarico. La sua fortuna fu d’incontrare, nella missione di Shallalà, il signor Sumoro (di cui Celso tiene, orgoglioso, una foto nel taschino). A lui consegnò la prima arnia “moderna”, come quelle in uso da noi, per dimostrare che con quella si potevano produrre 35 chili di miele l’anno, anziché i 12 di prima. E siccome anche in amarico il passaparola funziona alla grande, in tanti hanno voluto fare come Sumoro. Ne è nato un piccolo esperimento di microcredito: i kit per costruire le arnie li fa un falegname di Addis Abeba. Chi lo vuole può scegliere se ripagarlo con due chili di cera d’api, o quattro di miele o pagando 100 birr (meno di 8 euro) in tre o quattro rate. Poi nel progetto sono entrate altre associazioni, è arrivata Slow Food, ci sono state lezioni di apicoltura di italiani in Etiopia e di etiopi in Italia, i mieli dei due presidi Slow Food, quello bianco di Wukro e quello del vulcano di Wenchi, sono approdati a Terra Madre e adesso anche una banca emiliana sembra voler dar sostegno al progetto di microcredito. Insomma, per farla breve, Zerihun ha spiegato che le associazioni di apicoltori sono diventate sei, per un totale di 110 membri. Quelle di Wenchi e Wukro sono già cooperative e altre tre seguiranno presto.
La morale della sua favola, Zerihun l’ha riassunta così: “Vogliamo uscire dalla povertà, ma senza distruggere la natura”.
Però, direte voi, questa favola delle api sembra un po’ il contrario di quella di Mandeville. Qui è il buon cuore a trionfare, non i cattivi pensieri. E, oltretutto, l’ha raccontata un africano, che i contemporanei del buon Bernard avrebbero considerato, ai tempi, un selvaggio da civilizzare, mica un saggio da cui prendere lezioni. Sarà che, checché ne pensi Giambattista Vico, non sempre la storia si ripete alla stessa maniera. Ma ai giovani capitani d’industria che hanno applaudito convinti Zerihun, la cosa non sembrava dispiacere. E a noi men che meno.

Quel che non ci serve per essere felici


Abbiamo da poco finito di festeggiare San Silvestro e il nuovo anno. Ma si potrebbe dire che, per il nostro pianeta, l’anno sia finito ben prima del 31 dicembre. Per l’esattezza, il 21 di agosto. Quel giorno, secondo i calcoli del Global Footprint Network, l’umanità ha esaurito, nel 2010, la biocapacità annuale della Terra, ovvero la capacità del pianeta di rigenerare le risorse che noi consumiamo. Come venga fatto il calcolo, è un po’ complicato da spiegare (i più curiosi possono scoprirlo sul sito http://www.footprintnetwork.org/). Ma cosa comporti è presto detto: se, ad esempio, emettiamo in un anno più anidride carbonica (Co2) di quella che il pianeta è in grado di assorbire, la parte in eccesso resterà nell’atmosfera e, visto che la Co2 è un cosiddetto gas-serra, farà aumentare la temperatura del pianeta. Se tagliamo più alberi di quanti possano ricrescere, ci ritroveremo con meno foreste e se pompiamo troppa acqua, intaccando le falde profonde, finirà che ci ritroveremo a secco. Insomma, per farla breve, è come spendere ogni anno più soldi di quanti se ne incassano: prima o poi si fa bancarotta. E la bancarotta ecologica del pianeta non sarà una buona notizia per chi ci abita sopra.
Come si possa fare per evitarla, è facile da dire: basta spendere (consumare) meno di quello che si incassa (rigenera). E, allora, perché è così difficile da fare? Secondo il Worldwatch Institute, una delle più importanti organizzazioni ambientaliste mondiali, lo è perché, per farlo, dovremmo cambiare la nostra cultura: dal consumismo alla sostenibilità, come recita il sottotitolo dell’edizione 2010 del rapporto “State of the world” dello stesso istituto. Ma cos’è mai il consumismo? Secondo il Worldwatch Institute è “un modello culturale che conduce la gente a trovare significato, soddisfazione e accettazione primariamente attraverso il consumo di beni e servizi”. Quante volte ci siamo detti, o ci hanno detto, che non c’è niente di meglio di un po’ di shopping per tirarci su quando abbiamo il morale sotto i tacchi? Quanti soldi vengono spesi, ogni anno, per spot pubblicitari che ci devono convincere di non poter essere bravi mariti/brave mogli/bimbi felici/gente alla moda/eleganti/sensuali/moderni e, in ultima analisi, felici se non compriamo la tal auto/profumo/giocattolo/vestito/computer e via dicendo? (Qui la risposta la dà lo stesso Worldwatch Institute: per marketing e pubblicità, nel solo 2008, sono stati spesi 643 miliardi di dollari).
Un paio di anni fa era venuto a Mantova, ospite del Festivaletteratura, frei Betto, teologo della liberazione brasiliano e ministro nel primo governo Lula. Aveva raccontato che, durante lo scalo aereo a Parigi, si era avventurato in uno dei tanti meganegozi dell’aeroporto. A una commessa che gli si era avvicinata per chiedere se avesse bisogno di consigli, lui aveva risposto: “No, grazie, stavo solo facendo una passeggiata filosofica: guardavo quante cose ci sono al mondo che non mi servono per essere felice”.
Come buon proposito di inizio anno, forse potremmo ricordarci di frei Betto e dare un’occhiata negli armadi, nei cassetti, in casa alla ricerca di tutte le cose che abbiamo comprato e non ci sono servite per essere più felici (alcune, magari, non le abbiamo mai nemmeno usate). Potremmo farne un elenco scritto, o almeno mentale. E ricordarcelo la prossima volta che ci viene la tentazione di fare un po’ di shopping anti-depressivo. Il pianeta, di sicuro, ringrazierebbe. E quello sì, che dovrebbe farci felici.