lunedì 6 giugno 2011

Il festival del letame



Da 24 al 26 giugno, al caseificio Santa Rita di Serramazzoni (Mo), si terrà il 3° Festival del letame. Per info e programma: http://www.caseificiosantarita.com/.



Io ci sono stato l'anno scorso. Quello che segue è una specie di reportage, che spero vi faccia venir voglia di andarci






Verrebbe da citare De André: “Dai diamanti non nasce niente, dal letame nascono i fior”. Ma forse val la pena di scavare un poco più indietro nel tempo. Fino a un aureo libretto del 1869, Catechismo agricolo ad uso dei contadini, opera di don Giovanni Rizzo, parroco di Salboro, nel Padovano. Uno che predicava come “coltivare la terra senza violentarla”. “Lo scrigno del contadino – scriveva convinto don Giovanni - è il letamaio”.
Possibile? Davvero “il secreto dell’agricoltura” starebbe tutto nell’aver letame a buon prezzo, come insegnava il parroco padovano? Non è invece un guaio, un impiccio, un fardello di cui, fra direttiva nitrati e costi di smaltimento, è dura sbarazzarsi, tutta questa montagna di sterco, cacca o deiezioni, come più vi aggrada chiamarla? Il letame puzza, il letame inquina, il letame ingombra (e nemmeno si sa se porti fortuna pestarlo). Non è forse sempre stato così?
Beh, non proprio. “Ai tempi di don Rizzo, e fino a qualche anno fa anche nelle scuole di agraria, lo chiamavano “il burro nero”, tanto era prezioso” – s’infervora Graziano Poggioli. Che, tempo addietro, quando era assessore all’agricoltura della Provincia di Modena, ebbe l’ardire di dedicare al letame addirittura un festival. Le prime due edizioni le hanno fatte a Lama Mocogno. Poi si sono trasferiti qui, al caseificio Santa Rita di Pompeano di Serramazzoni, sempre nel Modenese, dove siamo venuti a ficcare il naso. Nel frattempo, grazie a Poggioli e a Stefano Fogacci, è nata anche la “Comunità del letame”, che ha debuttato a Terra Madre nel 2008.
“Il festival del letame – ci racconta Poggioli, tra un gnocco fritto e un borlengo spennellato di lardo e Parmigiano Reggiano – è nato come provocazione. Per far riprendere coscienza, a contadini e allevatori, dell’importanza che ha il letame. E’ il cibo della terra, come abbiamo scritto sui volantini e i cartelloni qui al festival”.
Ma se il letame è il segreto dell’agricoltura, qual è il segreto di un buon letame? Per scoprirlo, ci tocca lasciare tavola, gnocco fritto e borlengo e seguire il buon Graziano po’ più in là, nel prato. Davanti ad alcuni tazebao colorati, con slogan che di sicuro anche il parroco-agronomo di Salboro avrebbe benedetto (“Curare la terra per guarire gli uomini”; “La terra è viva e ha bisogno di buon cibo”) ci sono due tavole con i campioni raccolti per la “disfida del letame”. Perché, qui al festival, ogni anno viene premiato chi produce quello migliore. Mister Letame, più o meno. Stavolta la sfida è a tredici: le nove aziende bio che conferiscono il latte al caseificio Santa Rita, più qualche altra della zona.
Ci avviciniamo guardinghi, temendo d’essere stesi da una zaffata pestilenziale. Ma Poggioli ci rassicura: “Il letame puzza solo quando è fresco, per via dell’ammoniaca. Quando è bello maturo, invece, profuma di bosco e sottobosco. E non sporca nemmeno le mani”.
Per farla breve, abbiamo dovuto fare i San Tommaso: annusare e tastare con mano. “Ma quello buono si vede già ad occhio – giura Graziano -. Dev’essere bello scuro e, se ha un bel po’ di lombrichi dentro, tanto meglio”. Quanto al tatto, la parola magica è “colloidale”: “Quando lo si stringe nel pugno, non deve sbriciolarsi, deve invece formare una palla compatta, quasi gommosa”.
La prova del nove, però, è quella dell’acqua. In testa ad uno dei due tavoli, ci sono tre caraffe. Nelle prime due, il liquido è ormai torbido. Nella terza no, anche se si nota qualcosa di scuro sul fondo. “Ho fatto tre palline di letami diversi e le ho messe a mollo per qualche ora – spiega il nostro letamologo -. Più l’acqua rimane limpida, migliore è il letame. Vuol dire infatti che, nel campo, resterà a lungo nei primi 30-40 centimetri di terreno, invece di finire nelle falde profonde alla prima pioggia”.
Il campione migliore dei tre (che sarà anche il vincitore finale 2010) è quello preso dal “cumulo biodinamico” messo in bella mostra di fianco alle due tavole. La preparazione era iniziata l’anno prima, in occasione del festival 2009, con il letame di tre aziende socie del caseificio Santa Rita (Fratelli Poggioli, Elide Giberti e Bio San Carlo). Su un cartello piantato nel mucchio c’è anche la lista degli ingredienti: letame, paglia e, sorpresa, achillea, quercia, camomilla, tarassaco, ortica e valeriana. “Sono preparati biodinamici dinamizzati, un po’ come nell’omeopatia – spiega Poggioli -. Vengono spruzzati sul cumulo e servono per migliorare il processo di fermentazione”.
Ma quanto ci vuole, per avere un letame così? “La cosa più importante è rivoltarlo spesso, sennò si forma una crosta all’esterno, mentre dentro si formano le muffe, per la troppa umidità. Se lo si gira spesso, possono bastare nove mesi. Altrimenti almeno un anno”.
Magari, azzardiamo, è per quello che nessuno lo fa più. Non è una faticaccia? “In Australia e Nuova Zelanda – ribatte Poggioli – le macchine per rivoltare il letame e fare i cumuli biodinamici le hanno già inventate. Non è tanto un problema di fatica, è un problema culturale. Il letame, ormai, da noi è criminalizzato. Per gli agricoltori, il problema non è di utilizzarlo, ma di smaltirlo, perché è considerato un rifiuto, non una risorsa. E chi contadino non è, quando vede un cumulo di letame quasi si scandalizza. Ma, invece di arrabbiarsi, dovrebbe esserne contento: vuol dire che lì ci sono ancora contadini capaci di fare il loro mestiere”.
Ma non saranno più comodi i fertilizzanti? “Il problema è che, a forza di chimica, i suoli perdono in fertilità. Il terreno diventa solo un substrato fisico per il concime chimico. Per quanto, ancora, potremo andare avanti su questa strada, a preoccuparci solo della quantità per ettaro e non della qualità? Dobbiamo riappropriarci delle tecniche agronomiche. Purtroppo, con la specializzazione esasperata è saltato anche il corretto rapporto fra terreni e capi allevati: in molte zone ci sono troppi capi e pochi terreni, in altre il contrario”.
Qualche segnale di speranza, però, c’è. “Un produttore di Barolo – racconta Poggioli – ha convinto un gruppo di giovani agricoltori a metter su un’aziendina per fornirgli il letame di cui ha bisogno per le vigne”.
E, anche se potrebbe non sembrare la materia più solida per costruirci sopra un’intera filiera, quelli della Comunità del letame ci stanno provando. A pochi passi dal cumulo biodinamico, i casari del Santa Rita stanno tirando fuori da una caldera in rame una forma di Parmigiano da stagionare. “E’ fatta di solo latte di Bianca Modenese – spiega Poggioli – la razza che, assieme a Slow Food, stiamo cercando di salvare. E’ dura, perché per ora siamo sotto i mille capi e dovremmo arrivare ad almeno 3-4 mila. Con il latte delle Bianche, produciamo solo tre forme al giorno, una qui al Santa Rita e due al caseificio Rosola di Zocca. Ma teniamo duro, speriamo di riuscire a fare come i nostri vicini, che la Rossa Reggiana, l’altra razza storica del Parmigiano, ormai l’hanno salvata, anche grazie al formaggio”.
Appena ci fanno assaggiare una scaglia del loro stravecchio di 90 mesi, chiediamo commossi se ci si possa iscrivere a un fan club della Bianca. Sarà stato il Parmigiano, o il lambrusco Grasparossa biologico: ma, mentre salutiamo Graziano e il festival, ci ronza in testa non De André, ma Sergio Endrigo: “Per fare un albero, ci vuole il seme, per fare il seme, ci vuole il frutto, per fare il frutto ci vuole un fiore”. Che cosa ci voglia per fare un fiore, ormai l’avrete capito.

giovedì 21 aprile 2011




SQUALI E SQUALLORI




Sembra facile, distinguere i buoni dai cattivi. Se vedeste un tizio che fa il bagno e la pinna di uno squalo che emerge dalle onde, avreste dubbi su chi sia il buono e chi il cattivo della situazione? Beh, forse dovreste. Perché, di questi tempi, ad essere in pericolo è il possessore della pinna. E proprio per colpa di noi umani.
Uno dei motivi sono, giustappunto, le pinne. Dopo che Mao l’aveva messa al bando bollandola come una “raffinatezza borghese”, in Cina è tornata a spopolare la zuppa di pinne di squalo. In particolare per matrimoni, ricevimenti e altre celebrazioni. Si crede sia afrodisiaca e un segno di ricchezza. E siccome i cinesi sono più di un miliardo, i risultati sulla popolazione mondiale di squali non si sono fatti attendere. Nella Red List della Iucn (che indica tutte le specie a rischio di estinzione) sono oggi considerati in pericolo il 25% degli squali che vivono nelle acque profonde, il 35% di quelli delle acque più superficiali e più di metà di quelli oceanici.
Siccome la carne di squalo sui mercati internazionali si vende da 1 a 7 euro al chilo, mentre le pinne possono andare da 90 a 300 e, una volta fatte seccare al sole, sono oltretutto molto più facili da conservare e immagazzinare, è sempre più diffuso il cosiddetto “shark finning”. Una pratica barbara (se siete forti di stomaco, potete vedervi qualche filmato su YouTube), che consiste nell’issare a bordo gli squali, tagliar loro le pinne e ributtarli in mare, spesso ancora vivi, per lasciarli morire. Così si possono, oltretutto, aggirare i limiti sulle quote di pescato.
Per avere un’idea della vastità del fenomeno, secondo il gruppo ambientalista Oceana la sola Hong Kong importa dieci milioni di chili di pinne di squalo ogni anno, da 87 paesi diversi, in particolare Spagna, Singapore e Taiwan.
E visto che gli squali, essendo predatori, stanno in cima alla catena alimentare e hanno un importante ruolo di regolazione delle specie marine, la loro diminuzione sta già provocando sconquassi. Gli oceani ormai pullulano di sardine, aringhe e acciughe, il cui numero è più che raddoppiato negli ultimi 100 anni, e il motivo è da ricondurre alla scomparsa dei grossi predatori dei mari come, appunto, squali, tonni e merluzzi, vittime della pesca incontrollata. Uno scenario che preoccupa non poco gli scienziati, visto che questi pesci si nutrono di plancton e che la loro proliferazione potrebbe avere conseguenze catastrofiche sulla catena alimentare marina, aumentando il rischio di una sovrapproduzione di alghe, che impediscono agli oceani di “respirare”.
Tornando al nostro bagnante e al nostro squalo dell’inizio, la rivista The Ecologist ricordava di recente che almeno 100 milioni di squali vengano uccisi ogni anno, mentre negli ultimi due anni si sarebbero contati circa 80 attacchi di squali contro l’uomo, solo 3 dei quali mortali. Il che non vuol certo dire non provare compassione per le vittime umane. Semmai, provarne un po’ di più anche per la controparte. Del resto, Peter Benchley, autore del libro “Jaws”, da cui Steven Spielberg ha tratto il film “Lo squalo”, quattro anni fa, poco prima di morire, parlando da membro del National Council of Environmental Defense, aveva ammesso: “In una nuova versione di Jaws, lo squalo non sarebbe il cattivo, ma la vittima. Lo sarebbe perché, nel mondo, gli squali sono molto più oppressi che oppressori”.


P.S.: se pensate che sia tutta e solo colpa dei cinesi, sappiate che, a livello mondiale il contributo dei prodotti ittici alla nostra dieta ha raggiunto l’ammontare record di quasi 17 kg a persona, fornendo il 15 per cento dell'apporto medio di proteine animali a oltre tre miliardi di persone. Secondo l’ultimo rapporto Fao su Lo stato della pesca e dell'acquacoltura nel mondo (Sofia 2010), il consumo di pesce arrivato al suo massimo storico fa sì che la percentuale complessiva di stock ittici oceanici sfruttati in eccesso, esauriti o in fase di ricostituzione si attesti alla preoccupante soglia del 32%, leggermente più alta rispetto al 2006, senza quindi registrare alcun miglioramento.

martedì 22 febbraio 2011

Lo sciacquone dello scandalo


C’era una volta il presidente di uno Stato lontano, che raccontò d’esser solito far pipì sotto la doccia. C’era un’altra volta, in una grandissima città, un sindaco che rivelò che lui la pipì la faceva nel water, ma non tirava l’acqua. C’era una terza volta, il capo di una di quelle associazioni che hanno a cuore gli animali, che disse che lui la doccia la faceva non più d’una volta alla settimana.
“Ma cos’è, la favola dei Tre Sporcaccioni?” – obiettò con disgusto Tizio, sentendo questa storia. “E vi sembrano favole da raccontare ai bambini?” – si scandalizzò Caio. “E, se davvero è una favola, quale mai sarebbe la morale?” – chiese schifato Sempronio. “Forse che anche i ricchi puzzano” – disse Tizio (che a volte confondeva le favole con le telenovelas). “O magari che il potere dà alla testa e anche un po’ più giù” – buttò lì Caio, con un risolino. “Beh, meno male che quei tre li hanno almeno costretti a confessare le loro porcherie” – concluse Sempronio.
“Non è che li abbiano costretti. L’hanno detto senza vergognarsi, anzi”. A parlare era stato un bimbetto, nero di pelle e anche un po’ d’umore. “Sporcaccioni e pure spudorati!” – s’inalberò Tizio. “Ma hanno detto di farlo per risparmiare l’acqua. E anche la carte igienica” – replicò il bambino. “Sporcaccioni, spudorati e pure pidocchiosi” – commentò Caio. “Proprio non volete capire” – disse il bambino, il cui umore cominciava a diventare anche più nero della pelle. Era un bambino magro e malvestito, ma doveva aver studiato, perché cominciò a snocciolare una serie di numeri e dati (e questo, ammettiamolo, è un po’ strano: nel Paese da cui veniva lui, i bambini che vanno a scuola esistono, purtroppo, quasi solo nelle favole). “Non lo sapete che tutta la carta igienica che, ogni anno, finisce nei water o in discarica, è pari a più di 25 mila alberi tagliati al giorno? O che ogni statunitense usa ogni giorno, in media, 57 fogli di carta igienica, che moltiplicati per 300 milioni di americani fanno 3 milioni e 200 mila tonnellate di carta l’anno? E che, se faceste pipì nella doccia, evitando così uno scarico dello sciacquone, risparmiereste 4380 litri d’acqua l’anno?”
“Suvvia, bel bambino, di acqua al mondo ce n’è talmente tanta…” – lo interruppe Caio, battendogli la mano sulla testa per compatirlo. “Sì – obiettò il bimbo - ma se ci stesse tutta in una tanica da 5 litri, quella potabile, cioè non salata, sarebbe un bicchiere scarso e di quel bicchiere ne potremmo bere solo una tazzina da caffè, perché l’altra sta nei ghiacciai perenni o piove su mari e oceani. E, allora, non vi sembra uno scandalo usare l’acqua potabile anche per sciacquare il water? Senza avere, magari, nemmeno il getto regolabile o a due intensità? E non potreste, almeno, usare carta igienica riciclata, invece di quella vergine a tre o quattro veli?”
Tizio, Caio e Sempronio pensarono invece che il vero scandalo fosse lasciar a zonzo un bimbetto tanto impertinente e lo piantarono lì. Lui capì che l’acqua potabile avrebbe continuato a sognarsela di notte e a vedere le sue foreste tagliate di giorno. Ma qualcun altro, a furia di sentir parlare di Tizio, Caio e Sempronio, pensò che, forse, la morale di questa favola l’avevano già scritta i latini: Oportet ut scandala eveniant, è opportuno che gli scandali avvengano. “Purché – aggiunse – ci si scandalizzi per le cose giuste”.

P.S.: i Tre Sporcaccioni di questa favola esistono davvero. Il primo si chiama Hugo Chávez e governa (nel bene e nel male) il Venezuela. Il secondo è Ken Livingstone, ed è stato per 8 anni sindaco di Londra. Il terzo è Fulco Pratesi, leader storico del Wwf Italia. Anche i numeri di questa favola sono veri, almeno stando al numero di maggio/giugno 2010 di Worldwatch, la rivista del WorldWatch Institute, all’associazione ambientalista brasiliana Sos Mata Atlantica (che ha dato vita alla campagna Faça Xixi no Banho, “fai pipì nella doccia”) e ai dati sull’acqua potabile dello speciale dell’Economist del 22/28 maggio 2010. Se anche la morale di questa favola è vera, quello decidetelo voi.

La favola delle api


C’era una volta un filosofo e poeta satirico, olandese di nascita e britannico d’adozione, che di nome faceva Bernard de Mandeville. Se qualcuno ancora si ricorda di lui, è in ragione del titolo, e ancor più del sottotitolo, di un poemetto che scrisse più o meno tre secoli fa, nei primi anni del Settecento: La favola delle api, ovvero vizi privati e pubbliche virtù. Raccontavano, quei versi, di un alveare prosperoso sì, ma così brulicante d’ineguaglianze, sopraffazioni, sotterfugi e cupidigie (di privati vizi, insomma), da suscitare, in alcune delle api, un pungente desiderio di giustizia e probità. Giove in persona, il deus ex machina di quella favola, si piccò d’esaudirlo, quel desiderio. Ma più per dispetto che per magnanimità. Da quando, infatti, equità e rettitudine vi trovarono albergo, l’alveare vide piano piano volar via tutta la sua prosperità.
La morale della favola era che la nascente società dei capitali e dei capitani d’industria (ché quello rappresentava l’alveare) poteva fondarsi soltanto sul lusso, lo sperpero e la brama di ricchezza. Per dirla con le parole di Mandeville, la “facile contentatura” è “la peste dell’industria”, mentre “il vizio è tanto necessario in uno stato fiorente quanto la fame è necessaria per obbligarci a mangiare. È impossibile che la virtù da sola renda mai una nazione celebre e gloriosa”.
Tra i contemporanei del nostro Bernard, c’era un altro filosofo di gran vaglia: Giambattista Vico. E, forse, a Mandeville sarebbe tornata alla mente la vichiana teoria dei corsi e ricorsi storici se avesse saputo che, trecent’anni dopo la sua, un gruppo di rampanti capitani d’industria si sarebbe fatta raccontare un’altra favola delle api per imparare qualcosa di una diversa rivoluzione industriale. Quella che chiamano l’economia verde o, per dirla con i conterranei acquisiti del Nostro, la green economy.
E’ successo in un pomeriggio d’ottobre, nella sede di Assindustria a Mantova, per l’annuale assemblea dei giovani industriali. In cattedra, tra un produttore di pannelli truciolari fatti con legno riciclato e un manager che recupera plastica per le sue imbottigliatrici, anche Zerihun Dessalegn, della Fondazione Slow Food per la biodiversità, responsabile dei presìdi della sua terra: l’Etiopia. Anche la favola di Zerihun parla di due alveari. Uno è quello tradizionale per il corno d’Africa (dove il miele, ha spiegato Zerihun, lo si fa da almeno tremila anni, lo si mangia, lo si usa come cicatrizzatore e come portafortuna e lo si trinca pure, sotto forma di una bevanda alcolica detta tej). Un grosso cilindro, che spesso viene appeso appena fuori dalle capanne (i tukul) e che ha una lunga storia, ma parecchi difetti: è impossibile spostarlo per seguire le diverse fioriture, produce poco miele, spesso di qualità non eccelsa, e provoca problemi di convivenza fra gli inquilini dell’alveare e quelli dei tukul. Davanti a quella platea cui non era troppo abituato, Zerihun ha spiegato che anche laggiù, in Etiopia, di colpo è arrivato un nuovo alveare. Ma a portarcelo non è stato Giove, bensì un signore seduto in mezzo a loro che, fra tanti giovani, spiccava per i suoi capelli bianchi: Celso Braglia, volontario della onlus “Modena per gli altri” e apicoltore pure lui. Cinque anni fa, visitando l’Etiopia, Celso osservò quegli alveari e i loro difetti. E capì che poteva dare una mano. Certo non dev’essere stato facile farsi capire in amarico. La sua fortuna fu d’incontrare, nella missione di Shallalà, il signor Sumoro (di cui Celso tiene, orgoglioso, una foto nel taschino). A lui consegnò la prima arnia “moderna”, come quelle in uso da noi, per dimostrare che con quella si potevano produrre 35 chili di miele l’anno, anziché i 12 di prima. E siccome anche in amarico il passaparola funziona alla grande, in tanti hanno voluto fare come Sumoro. Ne è nato un piccolo esperimento di microcredito: i kit per costruire le arnie li fa un falegname di Addis Abeba. Chi lo vuole può scegliere se ripagarlo con due chili di cera d’api, o quattro di miele o pagando 100 birr (meno di 8 euro) in tre o quattro rate. Poi nel progetto sono entrate altre associazioni, è arrivata Slow Food, ci sono state lezioni di apicoltura di italiani in Etiopia e di etiopi in Italia, i mieli dei due presidi Slow Food, quello bianco di Wukro e quello del vulcano di Wenchi, sono approdati a Terra Madre e adesso anche una banca emiliana sembra voler dar sostegno al progetto di microcredito. Insomma, per farla breve, Zerihun ha spiegato che le associazioni di apicoltori sono diventate sei, per un totale di 110 membri. Quelle di Wenchi e Wukro sono già cooperative e altre tre seguiranno presto.
La morale della sua favola, Zerihun l’ha riassunta così: “Vogliamo uscire dalla povertà, ma senza distruggere la natura”.
Però, direte voi, questa favola delle api sembra un po’ il contrario di quella di Mandeville. Qui è il buon cuore a trionfare, non i cattivi pensieri. E, oltretutto, l’ha raccontata un africano, che i contemporanei del buon Bernard avrebbero considerato, ai tempi, un selvaggio da civilizzare, mica un saggio da cui prendere lezioni. Sarà che, checché ne pensi Giambattista Vico, non sempre la storia si ripete alla stessa maniera. Ma ai giovani capitani d’industria che hanno applaudito convinti Zerihun, la cosa non sembrava dispiacere. E a noi men che meno.

Quel che non ci serve per essere felici


Abbiamo da poco finito di festeggiare San Silvestro e il nuovo anno. Ma si potrebbe dire che, per il nostro pianeta, l’anno sia finito ben prima del 31 dicembre. Per l’esattezza, il 21 di agosto. Quel giorno, secondo i calcoli del Global Footprint Network, l’umanità ha esaurito, nel 2010, la biocapacità annuale della Terra, ovvero la capacità del pianeta di rigenerare le risorse che noi consumiamo. Come venga fatto il calcolo, è un po’ complicato da spiegare (i più curiosi possono scoprirlo sul sito http://www.footprintnetwork.org/). Ma cosa comporti è presto detto: se, ad esempio, emettiamo in un anno più anidride carbonica (Co2) di quella che il pianeta è in grado di assorbire, la parte in eccesso resterà nell’atmosfera e, visto che la Co2 è un cosiddetto gas-serra, farà aumentare la temperatura del pianeta. Se tagliamo più alberi di quanti possano ricrescere, ci ritroveremo con meno foreste e se pompiamo troppa acqua, intaccando le falde profonde, finirà che ci ritroveremo a secco. Insomma, per farla breve, è come spendere ogni anno più soldi di quanti se ne incassano: prima o poi si fa bancarotta. E la bancarotta ecologica del pianeta non sarà una buona notizia per chi ci abita sopra.
Come si possa fare per evitarla, è facile da dire: basta spendere (consumare) meno di quello che si incassa (rigenera). E, allora, perché è così difficile da fare? Secondo il Worldwatch Institute, una delle più importanti organizzazioni ambientaliste mondiali, lo è perché, per farlo, dovremmo cambiare la nostra cultura: dal consumismo alla sostenibilità, come recita il sottotitolo dell’edizione 2010 del rapporto “State of the world” dello stesso istituto. Ma cos’è mai il consumismo? Secondo il Worldwatch Institute è “un modello culturale che conduce la gente a trovare significato, soddisfazione e accettazione primariamente attraverso il consumo di beni e servizi”. Quante volte ci siamo detti, o ci hanno detto, che non c’è niente di meglio di un po’ di shopping per tirarci su quando abbiamo il morale sotto i tacchi? Quanti soldi vengono spesi, ogni anno, per spot pubblicitari che ci devono convincere di non poter essere bravi mariti/brave mogli/bimbi felici/gente alla moda/eleganti/sensuali/moderni e, in ultima analisi, felici se non compriamo la tal auto/profumo/giocattolo/vestito/computer e via dicendo? (Qui la risposta la dà lo stesso Worldwatch Institute: per marketing e pubblicità, nel solo 2008, sono stati spesi 643 miliardi di dollari).
Un paio di anni fa era venuto a Mantova, ospite del Festivaletteratura, frei Betto, teologo della liberazione brasiliano e ministro nel primo governo Lula. Aveva raccontato che, durante lo scalo aereo a Parigi, si era avventurato in uno dei tanti meganegozi dell’aeroporto. A una commessa che gli si era avvicinata per chiedere se avesse bisogno di consigli, lui aveva risposto: “No, grazie, stavo solo facendo una passeggiata filosofica: guardavo quante cose ci sono al mondo che non mi servono per essere felice”.
Come buon proposito di inizio anno, forse potremmo ricordarci di frei Betto e dare un’occhiata negli armadi, nei cassetti, in casa alla ricerca di tutte le cose che abbiamo comprato e non ci sono servite per essere più felici (alcune, magari, non le abbiamo mai nemmeno usate). Potremmo farne un elenco scritto, o almeno mentale. E ricordarcelo la prossima volta che ci viene la tentazione di fare un po’ di shopping anti-depressivo. Il pianeta, di sicuro, ringrazierebbe. E quello sì, che dovrebbe farci felici.

martedì 27 aprile 2010

Carta Doc

Legno, carta, fuoco, motosega
Su corriere.it di oggi ci sono dati preoccupanti sulla distruzione delle foreste mondiali. Secondo uno studio basato su rilevazioni satellitari e pubblicato dalla rivista pubblicato dalla rivista Pnas (Proceedings of the National Accademy of Sciences of the United States), tra il 2000 e il 2005 sono spariti 1.011.000 chilometri quadrati di foreste, pari al 3,1% del patrimonio forestale mondiale. Una superficie di oltre tre volte più grande dell'Italia.
Meglio dunque pensarci due volte, prima di comprare mobili, carta igienica o fazzoletti di carta. E visto che non sempre (ma spesso sì), si può dare un taglio ai nostri consumi, proviamo almeno a comprare legno e carta "buoni, puliti e giusti". Un modo per farlo è cercare il marchio Fsc (Forest Stewardship Council), come spiega il segretario Mauro Masiero in questa intervista che mi ha concesso a Mantova a ottobre 2009, pubblicata sul numero 45 di Slowfood.

Carta Doc
Si dice che un albero che cade faccia più rumore di una
foresta che cresce. Ma il fatto è che cadono molti più
alberi di quanto non crescano foreste. Che, sul nostro
sempre meno verde pianeta, si estendono ancora per circa 3,9
miliardi di ettari. Ma, ogni anno, gli alberi che cadono (perché
qualcuno li taglia) se ne portano via una fetta che fa impressione:
16,1 milioni di ettari. Se si mettono nel conto le foreste che
crescono, le nuove piantagioni di alberi e l’espansione naturale
dei boschi, la perdita è drammatica: 9,4 milioni di ettari. Come
l’intero Portogallo. Giusto per dare un’idea, ogni due secondi e
mezzo sparisce un bosco grande quanto un campo da calcio.
C’è chi mette mano all’ascia per strappare alla foresta un pezzo di
terra da coltivare. Chi accende la motosega per vendere legname.
Chi abbatte o brucia per fare spazio alle mandrie o alla soia o alle
palme da olio, magari per farci biocarburanti. Insomma, i motivi
per darci un taglio sembrano non mancare mai. Eppure, di motivi
per salvarle, le foreste, ce ne sarebbero di assai migliori.
Nel 2007, come riporta Lester Brown1 dell’Earth Policy Institute,
la distruzione delle foreste tropicali avrebbe rilasciato in atmosfera
2,2 miliardi di tonnellate di carbonio. Senza contare le inondazioni,
le frane e le erosioni dei suoli dovute al diboscamento.

I pro…
Rimediare si può. Per esempio pagando la gente non per tagliare le
foreste, ma per proteggerle, vedi i cosiddetti progetti Redd (reducing
emissions from deforestation and degradation2). Oppure piantando
nuovi alberi, come propone, tra le tante, la Billion Tree Campaign
lanciata dal premio Nobel per la pace Wangaari Maathai. Ma c’è una
terza via, che sulle prime può sembrare più bizzarra: salvare le foreste
pur continuando a tagliare. Come sia possibile, l’abbiamo chiesto a
Mauro Masiero, segretario generale in Italia del Forest Stewardship
Council (Fsc), organizzazione non governativa e senza scopo di lucro
fondata nel 1993 per promuovere in tutto il mondo la gestione responsabile delle foreste. «La nostra sfi da è far capire due cose: primo, tagliare alberi non è necessariamente un crimine, dipende da come si fa. Secondo, non tutti i prodotti in legno o in carta sono uguali. Alcuni
provengono da foreste gestite bene, altri no».
Come distinguerli? Dal marchio. Come quello dell’Fsc, appunto. La questione, però,
è la stessa di tutti i marchi: c’è da fidarsi? «Voglio intanto spiegare che cos’è una foresta certificata» dice Masiero. «È una foresta gestita secondo i 10 princìpi e i 57 criteri fissati dall’Fsc e dai suoi ormai quasi 800 membri internazionali, fra i quali ci sono associazioni ambientaliste
come Greenpeace, Legambiente o il Wwf, industrie del legno, aziende della grande distribuzione (Ikea, Castorama), ma anche Ong (come Amnesty International) e rappresentanti delle comunità indigene e di chi lavora nelle foreste. I controlli sono affi dati a 22 enti certificatori, a loro volta controllati da un ente di accreditamento, l’Asi».
Il primo dei 10 comandamenti Fsc impone il rispetto delle leggi. Sembra banale, ma non lo è: l’Oecd (Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico) calcola che il 10% del commercio internazionale del legname, per un giro d’affari di 15 miliardi di dollari
l’anno, sia frutto di tagli illegali, con punte dell’80% in Amazzonia, del 70% in Indonesia e del 50% in Camerun3. E, secondo il Wwf, di provenienza illegale o quantomeno sospetta sarebbe tra il 16 e il 19% delle importazioni di legno nell’Ue4.
«Anche il rispetto dei diritti di proprietà, di quelli delle comunità indigene e di quelli dei lavoratori, previsti da altri tre criteri Fsc, in molte aree del mondo sono tutt’altro che scontati» spiega ancora Masiero. E c’è poi, ovviamente, l’obbligo che i tagli consentano comunque di mantenere le funzioni ecologiche e l’integrità delle foreste. «In altre parole, si è certi che la foresta o la piantagione d’origine del materiale siano gestite secondo criteri che tutelino
l’ambiente naturale, siano utili per lavoratori e popolazioni locali e validi dal punto di vista economico».

...e i contro
Benché più o meno tutti concordino sul fatto che quello del Fsc
sia il sistema di certifi cazione più rigoroso in circolazione5, non
mancano le critiche. Di recente, la rivista inglese The Ecologist
ha messo in fi la pro e contro6. Tra i punti più contestati, il fatto
che vengano certifi cate non solo foreste, ma anche piantagioni,
cioè boschi seminati dall’uomo. «È chiaro che una distesa
di pioppi non ha, in termini di importanza ecologica e di tutela
della biodiversità, lo stesso valore di una foresta vergine» ribatte
Masiero, «e non a caso Fsc ha in corso una revisione dei criteri
relativi alle piantagioni. Ma è un fatto, sottolineato anche dalla
Fao, che le piantagioni nel mondo siano in forte crescita, offrano
lavoro e siano anche una barriera all’erosione dei suoli e ai dissesti
idrogeologici. Perché, allora, non rendere “certifi cabile” anche
quel legno? Quanto ai princìpi e ai sistemi di controllo, sappiamo
che si può sempre migliorare e cerchiamo di farlo. In ogni caso,
su politiche, standard e gestione dei programmi di certifi cazione,
Fsc coinvolge in uguale misura tutti i gruppi d’interesse del settore
forestale (sociale, economico e ambientale) a livello di partecipazione
(voce) e anche decisione (voto). Ciò rende il sistema Fsc
unico nel mondo delle certifi cazioni forestali».
Ma, di sicuro, il lavoro da fare non manca. A ottobre 2009, gli ettari
di foresta certifi cati Fsc a livello mondiale hanno superato i 118
milioni di ettari. Ma di foreste, nel mondo, ce ne sono, come detto,
4 miliardi di ettari. Oltretutto, di quei 118 milioni, più di 53 sono
in Europa (45 000 ettari in Italia, dove le più estese aree certifi cate
sono i boschi della Magnifi ca comunità di Fiemme e quelli del
parco regionale del Matese) e altri 40 tra Usa e Canada. Nelle zone
delle grandi foreste vergini, solo briciole: 5 milioni e mezzo di ettari
in Brasile, meno di 3 in tutta l’Asia e 7 nell’intera Africa. «Certifi -
care pezzi della foresta amazzonica, del Borneo o del bacino del
Congo, per citare le più a rischio» spiega Masiero «non è solo più
complesso di per sé, visto il gran numero di differenti interessi in
gioco, ma è reso più diffi cile dalla corruzione dei funzionari e dalle
carenze di governance locale. Esempi positivi, comunque, non
mancano. E anche la Ue sta cercando di incentivarli, per esempio
col programma Flegt, contro le esportazioni di legname illegale».

Da consumatori a co-produttori
Certo è che il marchio funziona se c’è qualcuno che lo riconosce ed
è disposto magari a pagare qualcosa in più per averlo, ricompensando
così le aziende “virtuose”. Anche in questo caso, insomma, i consumatori
dovrebbero essere un po’ “co-produttori”. Da questo punto di
vista, i segnali positivi non mancano. «Nel 2008, le vendite mondiali
di prodotti certifi cati Fsc hanno superato i 20 miliardi di dollari» spiega
Masiero, «mentre nel 2005 erano di soli 5 miliardi di dollari».
L’Italia, però, non è all’avanguardia. Siamo ben lontani dal 63% di olandesi
che riconosce il marchio Fsc, o dal 57% di svizzeri. Ma, anche
da noi, si fanno passi avanti. «Nel 2009 abbiamo registrato il record di
richieste di certifi cazione» dice Masiero. Segno che le aziende credono
nel marchio. Ma i consumatori saranno disposti a spendere di più per
legno e carta certifi cati? E quanto di più? «Non sempre c’è una sensibile
differenza di prezzo fra prodotti Fsc e non» spiega Masiero. «Quelli a
base di carta possono essere in vendita allo stesso prezzo, come ha fatto
per esempio Coop per la carta igienica o i fazzolettini e come fanno le
ferrovie tedesche per i biglietti del treno, stampabili anche su carta Fsc.
E anche le amministrazioni pubbliche si stanno muovendo, dopo che,
ad aprile 2008, è stato sbloccato il piano nazionale per gli acquisti verdi
pubblici. Molti bandi per la fornitura di arredi o carta prevedono ormai
la certifi cazione. L’unico problema è che tutto è lasciato alla buona volontà
delle singole amministrazioni, senza un piano organico».
Ma non avranno ragione quelli che dicono che, in fondo, marchi
come quello di Fsc servono solo a placare i sensi di colpa del consumatore,
dandogli una scusa per continuare a comprare, mentre la
vera scommessa sarebbe diminuire i consumi? «Proprio l’altro giorno
sono andato a sentire Maurizio Pallante, che parlava di società
della decrescita. Per certi versi concordo. Ma mettere le foreste sotto
vetro non si può. Un esempio? L’Italia è il primo partner del Camerun
per il settore legno. Il secondo è la Cina. Vale la pena smettere
di comprare legno certifi cato dal Camerun e lasciare campo libero
ai cinesi che, mi risulta, non mettono di solito le preoccupazioni
sociali e ambientali in cima alle loro priorità?». .

Note
1. Lester R. Brown, Piano B 3.0. Mobilitarsi per salvare la civiltà, Edizioni Ambiente,
2008, p. 183.
2. Per una panoramica sui progetti Redd vedi l’articolo “Last gasp for the forest”, in The
Economist, 26 settembre 2009.
3. Oecd, The economics of illegal logging and associated trade, 2007, scaricabile
all’indirizzo
http://www.oecd.org/dataoecd/15/43/39348796.pdf.
4. Wwf, Illegal wood for the European market, rapporto del luglio 2008 scaricabile all’indirizzo
http://assets.wwf.org.uk/downloads/european_market_wood_1.pdf.
5.Il Central Point of Expertise on Timber (Cpet) che fa capo al Department for Environment,
Food and Rural Affairs (Defra) del Governo britannico ha pubblicato a fi ne 2008 il
nuovo rapporto comparativo di cinque schemi di certifi cazione forestale: Csa, Fsc, Mtcc,
Pefc e Sfi . Fsc è risultato il migliore. Vedi http://www.proforest.net/cpet/documents.
6. Matilda Lee, “Can we trust the Fsc?”, in The Ecologist, 23 settembre 2009.

lunedì 5 aprile 2010


Il prezzo e il costo
di quel che compriamo

Non è più stagione di arance. Forse, però, di alcune arance faremmo bene a non dimenticarci: quelle di Rosarno, ad esempio. Ve le ricordate ancora, le immagini della rivolta? I giorni di guerriglia urbana fra extracomunitari e abitanti del paese. Gli spari, le sassaiole, le auto incendiate. E, poi, altre immagini: quelle dei posti (tuguri? rifugi? catapecchie? Fate voi) dove quegli immigrati, i raccoglitori di arance, vivevano.
No, non voglio star qui a distribuire torti e ragioni per quel che è successo in quell’angolo di Calabria. E’ che, non so a voi, ma a me quelle immagini, ogni volta che ho pelato un’arancia, hanno fatto venire in mente una domanda: il prezzo di quei tuguri, di quei rifugi, di quelle catapecchie è forse compreso nel prezzo al chilo delle arance che ho comprato? E, se non vi è compreso, non vorrà dire che le arance le pago poco (o comunque meno) proprio perché il costo aggiuntivo lo paga chi vive là dentro e sgobba per pochi euro l’ora?
Le arance, ovvio, sono solo un esempio. Se preferite, potete pensare ai vestiti che comprate per pochi euro sulle bancarelle del mercato. O ai gamberetti che, ormai, costano quasi meno dell’insalata. Non vi viene mai in mente di chiedervi se il prezzo e il costo di quel che compriamo siano la stessa cosa? O se ci siano invece costi che sullo scontrino non ci sono, perché quei costi non li paga chi compra (almeno non subito), ma qualcun altro?
Gli economisti la chiamano “esternalizzazione”: più riesci a “esternalizzare” i costi (cioè a farli pagare a qualcun altro, che non sia chi compra) e più puoi tenere bassi i prezzi, per vendere di più. Ma dove finiscono i costi “esternalizzati”? Svaniscono, forse? No davvero. Se faccio lavorare qualcuno in nero, senza assicurazione, di sicuro risparmio. E, se gli capita qualcosa, peggio per lui: pagherà di tasca sua il costo che io ho esternalizzato.
Più spesso ancora, capita che i costi esternalizzati li paghi l’ambiente. Entrate in un supermercato e comprate quattro mele. Stanno in una vaschetta di polistirolo, avvolte nel cellophane. Comodo, vero? Però quella vaschetta e quel cellophane, pochi giorni dopo, finiranno in discarica. Domanda: il costo dello smaltimento era forse compreso nel prezzo? No, però vi toccherà pagarlo lo stesso, nella bolletta dei rifiuti. Come in un reality: “sei stato esternalizzato”.
Silvia Pérez-Vitoria, autrice di “Il ritorno dei contadini” (Jaca Book, Premio Nonino 2009), al Festivaletteratura di Mantova ha spiegato: “Si dice che il cibo industriale costi poco: ma al prezzo che paghiamo dovremmo aggiungere il costo dei sussidi all’agricoltura, dei danni alla salute, tipo obesità, e di quelli all’ambiente”. Si potrebbero aggiungere, per dire, i costi delle sofferenze degli animali d’allevamento (leggete “Se niente importa” di Jonathan Safran Foer, se volete farvi un’idea). Ma vale lo stesso per un sacco di prodotti industriali, magari sfornati da impianti opportunamente “delocalizzati” in posti dove si può inquinare di più e retribuire di meno.
Si può fare qualcosa, per ridurre la forbice fra prezzo e costo? Certo. Obbligare, come si è fatto, i produttori d’auto a rispettare le normative sulle emissioni, vuol dire “internalizzare” i costi dell’inquinamento che prima venivano scaricati sull’ambiente (cioè sui polmoni di tutti). Lo stesso vale per le classi di consumo energetico degli elettrodomestici o per la certificazione energetica degli edifici. Così, direte voi, va però a finire che chi compra deve pagare di più. Forse. Ma è sempre meglio che pagare un prezzo senza saperlo. O farlo pagare a qualcun altro. Non siete convinti? Abbiamo iniziato con le arance, finiamo con i meloni: un paio d’anni fa, a Viadana (Mantova), non in Calabria o in Cina, Vijay Kumar, un immigrato indiano, è morto sotto il sole di luglio perché s’è sentito male mentre raccoglieva meloni e, visto che era in nero, il suo datore di lavoro l’ha fatto spostare lontano dai suoi campi invece di chiamare subito i soccorsi. Davvero li avreste comprati, quei meloni lì, se vi avessero fatto lo sconto?